I CAPELLI DI UNA STELLA

Dal romanzo inedito “Le figlie del Sole”

I CAPELLI DI UNA STELLA

Stella era una bambina timida ma socievole, amava aiutare gli altri senza mai mettersi al centro dell’attenzione. Era stata cresciuta da un’anziana donna appartenente al popolo San i “boscimani” che abitano la regione del Kruger in Sudafrica da almeno 100.000 anni. Non le aveva mai voluto parlare della sua infanzia, non sapeva quindi chi fossero i suoi veri genitori. Ogni volta che faceva domande, la vecchia San ripeteva che era troppo anziana, che non ricordava o semplicemente cambiava discorso, ma una cosa gliel’aveva detta e ridetta tante volte da quando era piccina:

«Tu sei una bambina molto speciale. Quando sei nata le stelle nel cielo hanno fatto festa danzandoti intorno stupite. Una di loro ti ha regalato una luce che non si spegnerà mai. Come il tuo sorriso “my baba”.» E con l’indice, puntualmente le toccava il centro della fronte lasciandosi scappare un’espressione serena, che difficilmente scorgeva il quel viso segnato dal tempo e dalle ristrettezze cui si sottoponeva. Purtroppo, il sorriso della piccola “baba” si spense molto più in fretta di quanto la sua nutrice potesse immaginare.

Il villaggio di Stella era davvero piccolo, eppure apparentemente possedeva tutto quello che le poteva servire per sentirsi appagata, almeno fin tanto che era bambina.

La sua vita, seppur monotona, era scandita dall’avvicendarsi dei suoni alti e bassi dell’mbila, un idiofono che secondo la mitologia bantù, era presente sin dai tempi della creazione del mondo, tanto sacro che anche il suo suonatore veniva considerato una sorta di eletto, un individuo protetto dagli spiriti ancestrali. Ogni lamella presente in quello che a tutti gli effetti le risultava essere il teschio di un animale, rappresentava una fase della creazione e lei si incantava ad ascoltarlo ogni volta che ne aveva la possibilità. Crescendo, riuscì a dimostrare tanto zelo per quello strumento che alla fine, la sua perseveranza venne premiata e seppur di nascosto, ebbe il privilegio di imparare a suonarlo.

Kitenge

Non sembrava mancarle nulla, se non l’affetto di una madre che non aveva mai conosciuto. L’unica cosa che le veniva imposta, era di tagliarsi i capelli una volta al mese. Questo inizialmente non le pesava, ma diventando grande cominciò ad infastidirla. Perché le sue amiche potevano vantare particolarissime treccine, mentre lei era costretta a coprirsi con un kitenge. Un rettangolo di cotone, stampato a cera dalla trama scura su di uno sfondo chiaro. Il tessuto era piuttosto spesso e aveva una bordatura solo sul lato lungo, che amava mettere in evidenza come una specie di corona in grado di farla sentire meno insignificante. Il padre di una sua amica lo aveva portato a casa dopo un viaggio nelle terre dell’ovest e visto che la ragazzina non desiderava indossarlo, glielo donò ben volentieri. Con quella specie di fazzoletto non si sentiva certo più attraente, ma si vergognava meno del suo aspetto.

Un giorno decise di esprimere tutto il suo disappunto per quella presa di posizione della sua tutrice. Quel taglio prendeva sempre più spesso le sembianze di una violenza. Gli amici poi, non smettevano di infastidirla con i loro commenti indelicati, che si stavano arricchendo di dispetti. Il giorno in cui le fecero volare via il suo kitenge, corse a casa in lacrime pronta a scappare se non fosse stata accontentata. Camminare senza quella copertura era stato per lei come mostrarsi in pubblico senza alcun indumento. L’adolescenza era il periodo più appropriato per una sana ribellione.

Supplicò in tutti i modi la vecchia San di non tagliarle più i capelli. Disse di essere disposta a tutto, pur di poterli veder crescere come tutte le altre ragazze della sua età, ma lei fu irremovibile. Quando si rese conto che nulla avrebbe potuto convincerla, Stella giurò che piuttosto che subire un’altra volta quella violenza, sarebbe fuggita. Purtroppo, non bastarono le molte lacrime, i silenzi, le prese di posizione. Quando arrivò il momento del taglio, le forbici erano pronte sul tavolo e la vecchia San la stava aspettando. Stella si nascose in una buca che utilizzavano per tenere al fresco gli alimenti e si rifiutò di uscire senza smettere di supplicarla. L’anziana San appoggiò le forbici e le disse che non le avrebbe potuto tagliare i capelli con la forza, ma che non poteva più tenerla in casa se non lo avesse fatto.

Stella rimase a terra rannicchiata in quella buca dove non avrebbe mai pensato di poter nemmeno entrare, tenendosi le gambe fino a non sentirle più. Calò la notte. Anche il formicolio agli arti per quella scomoda posizione sembrava essere cessato. L’anziana tutrice riapparve con lo stesso sguardo minaccioso. Le disse che il tempo stava per scadere e doveva decidere in fretta. Si fece aiutare ad uscire. Indolenzita e priva di forze, Stella faticava a prendere la posizione eretta. Non aveva più lacrime da versare e si sentiva debole per non aver toccato cibo, ma dopo aver guardato con disprezzo la vecchia Sun, riuscì – senza nemmeno capire come – a ruzzolare fuori inciampando passo dopo passo senza curarsene.

Non aveva una meta, come tutti i folli, mossi solo dalla disperazione.  Si fermò quando le forze l’abbandonarono. In quell’istante fu colta da brividi. Non aveva preso nulla per coprirsi e la notte era piuttosto rigida. I denti stridevano l’uno contro l’altro come i piedi nudi e gelati che si cercavano pestandosi a vicenda. Era necessario trovare un riparo.

Si umiliò bussando alla porta di ogni persona del villaggio che conosceva, ma una dopo l’altra le dissero che non potevano ospitarla per un motivo o per un altro. Avvilita si fermò sotto un grande albero. La stanchezza e il freddo si unirono alla paura di essere assalita da qualche predatore notturno. Raggruppò alcune foglie e si nascose sotto di esse.

Il mattino seguente si svegliò al caldo. Ebbe l’impressione di aver solo sognato, ma una volta aperti gli occhi le scappò un grido, agghiacciante. I suoi capelli erano cresciuti così tanto da crearle una specie di coperta, dalla quale ora faticava a sciogliersi. Provò a divincolarsi, a spostarsi, ma erano troppo fitti e pesanti. Non riusciva a fare un solo passo senza rischiare di essere addirittura soffocata.

Si mise ad urlare e a chiedere perdono, a chiamare l’anziana San affinché venisse ad aiutarla. Quando ormai pensò di non avere più speranza sentì il tanto temuto rumore delle forbici che ora potevano essere la sua salvezza. Non vedeva il volto del suo salvatore, ma in cuor suo non faceva che ringraziarlo e spronarlo a fare in fretta.

Nonostante quelle forbici lavorassero incessantemente le parve che nulla fosse cambiato, anzi, si sentiva venir meno ogni minuto di più. A fatica prima di perdere i sensi riuscì a dire in un lieve sussurro: «Non riesco più a respirare…» la bocca era rimasta aperta, mentre i lunghi capelli la stavano soffocando.

Quando riaprì gli occhi, la vista era offuscata, e solo pian piano si accorse di trovarsi nella sua piccola capanna, mentre il viso familiare della sua tutrice la osservava con un cipiglio per nulla rassicurante.

«Dove sono? Cos’è accaduto?» chiese toccandosi il capo con le mani. Un asciugamano madido lo avvolgeva.

«Non lo togliere o capiterà anche di peggio.» le disse seria San indicando l’uscita «Ora ti mostrerò quello che è accaduto a causa della tua disubbidienza.»

Stella si mise seduta, e a causa di una vertigine, dovette farsi sostenere. Comprese che doveva essere rimasta a lungo incosciente. Timidamente si avvicinò ad una piccola finestrella e vide la terra arida, l’erba secca, solo polvere rossa ovunque, mentre il sole bruciante sembrava aver cotto tutto.

«Ora dobbiamo attendere la prossima luna piena prima di tagliarli nuovamente e speriamo che la situazione migliori presto.» L’anziana donna le spiegò che i suoi capelli crescevano e calavano con le fasi lunari. Se non li avesse tagliati quando la luna era piena, sarebbe stata in pericolo. «Grazie ai tuoi capelli questa valle desertica è rinata, ma senza di essi è destinata a morire.»

«Non posso essere io a fare la differenza. Sono solo una ragazza. Non può dare a me la colpa di tutto

«Esci, guarda con i tuoi occhi. Poi decidi cosa fare.» disse mettendosi a trafficare come se niente fosse tra ciotole e tegami, mentre il suo viso imperturbabile era diventato duro quanto la realtà che stava vivendo.

Una volta fuori dalla capanna vide scene raccapriccianti. Non le sembrava più il suo villaggio. Le persone erano disperate e nemmeno la riconoscevano. I bambini sporchi, dagli abiti consunti si trovavano a pochi passi dalle carcasse di animali morti di fame, ormai in fase avanzata di decomposizione. Solo le mosche sembravano danzare allegre in quello scempio. Uno spettacolo che la fece tornare indietro terrorizzata, rassegnata e piangente. Comprese che non aveva scelta. Quello era il suo destino, per il bene del suo popolo.

Con il tempo tutto tornò alla normalità e le persone accantonarono quel brutto periodo come un evento tragico, destinato a non ripetersi. La loro cultura li portava a non porsi troppe domande, ma a vivere il più possibile fiduciosamente nel presente.  Stella, era l’unica che non poteva farlo, in quanto sapeva quanto fosse importante il suo ruolo.

Con il tempo, si innamorò perdutamente di un giovane che ricambiava il suo sentimento, ma non era disposto a rimanere in quel luogo sperduto tutta la vita. Egli voleva infatti andare per il mondo e dal momento che Stella non poteva rivelare il suo segreto e nemmeno andarsene, si vide costretta a lasciarlo andare solo.

Più cresceva più le delusioni d’amore le rendevano il cuore duro e quando la vecchia San morì, si sentì tentata di abbandonare tutti. Il suo primo amore però tornò dal viaggio intorno al mondo e di nuovo il sentimento più antico e meraviglioso acquietò la sua sete di libertà.

Lui le raccontò le sue esperienze, le parlò di città enormi con strade e veicoli a motore. Gli parlò delle case in muratura, così differenti dalle loro capanne. Ella ascoltava incredula, come una bambina ascolta il proprio maestro raccontare una fiaba. Iniziò a fidarsi sempre più di lui. Nella speranza di essere capita e di non essere mai più lasciata, decise di confidargli il suo segreto. Purtroppo, la modernità aveva reso l’uomo scaltro e opportunista. Una volta scoperto che i suoi capelli possedevano strani poteri, gliene sottrasse alcune ciocche e scoprì che avevano la facoltà di guarire molte malattie. Ne approfittò per farsi pagare ingenti somme di denaro dai poveri ammalati e quando Stella scoprì quello che stava facendo, il dolore che provò nel cuore fu così grande, che i suoi capelli iniziarono a crescere più del dovuto fino a soffocarlo nel sonno.

L’uomo morì ed ella per il dolore e la vergogna si nascose nel Parco nazionale Kruger, la più grande riserva naturale del Sudafrica. Non si mostrò mai più in pubblico, ma alcuni giurano di aver visto i suoi capelli argentati brillare nelle notti di luna piena, prima di essere tagliati.

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Monica Zarantonello nata a Bologna nel febbraio del 1971. Sposata nel 1991 e madre di tre figli. Ereditando dal padre la passione per i viaggi si è diplomata come operatrice turistica, mentre la radicata convinzione religiosa unita all'interesse per la psicologia e le relazioni pubbliche l'hanno indirizzata al ruolo di accompagnatrice turistica specializzata in pellegrinaggi con l'apertura di un blog. Poliedrica e volitiva si è saputa adattare anche al ruolo di decoratrice di torte e alla biscotteria. Ha lavorato diversi anni nel salone di bellezza della sua famiglia senza mai abbandonare la scrittura, che ha sempre coltivato fin da bambina. Ha pubblicato la trilogia del mistero (Il mistero dell’Eterna Giovinezza nel 2018 – Il mistero della felicità altrui nel 2019 – Mistero Donna 2020) con la casa editrice Booksprint.